Una società che costringe i novantenni
Su Internet circola questo testo, condiviso da molte persone sull’onda emotiva della solidarietà verso l’autore che — bisogna ammetterlo — è riuscito a sintetizzare in poche parole un sentimento molto diffuso tra tante persone di una certa età: la paura dell’esclusione, mescolata alla rabbia verso un sistema percepito come sempre più disumanizzante.
Una società che obbliga un novantenne a usare uno smartphone per accedere ai propri diritti non è “moderna”, è una società che ha deciso di sbarazzarsi dei propri padri.
Siamo nel 2026 e tutto è diventato un’app, un codice, un portale. Ma provate a mettervi nei panni di chi ha costruito questo Paese con la fatica delle mani e oggi si ritrova analfabeta in casa propria. Se per prenotare una visita medica o pagare una bolletta devi avere un nipote o un figlio esperto, allora il sistema è fallito.
Chi progetta queste barriere si sente un genio dell’innovazione, ma è solo un miserabile che ignora la realtà della carne e delle ossa. Non è evoluzione se lasciamo indietro chi ci ha preceduto. La tecnologia deve essere un aiuto, non un esame di ammissione per avere diritto alla salute o alla dignità.
Stiamo togliendo la voce a chi ha più esperienza di noi, nascondendo dietro lo schermo la nostra incapacità di prenderci cura delle persone.
Ho fatto una ricerca approfondita e ho scoperto la fonte, anzi – meglio – l’autore di quelle parole. Si tratta di una lettera di Adriano Olivetti, datata 1952, in cui criticava l’ossessione della società per le automobili. Tutto all’epoca stava diventando “a 4 ruote”: trasporto pubblico, privato, perfino lo sport era stato invaso dalle discipline su gomma. Anche dentro le fabbriche non si trovava più lavoro senza una patente per poter guidare i muletti con le ruote. I corrieri stavano per essere rimpiazzati totalmente con del personale, dotato di patente di guida, che girava in automobile.
Come tutti sanno, Adriano Olivetti non era contro il progresso, ma sosteneva che la tecnologia dovesse restare al servizio della persona e della comunità, non trasformarsi in un sistema che schiaccia l’uomo in nome dell’efficienza. Criticava l’idea di una modernizzazione puramente economica e impersonale: per lui una società davvero evoluta doveva mettere al centro dignità, relazioni umane, cultura e qualità della vita, non solo produttività e velocità.
Ecco la sua lettera:

Praticamente, nel 2026, qualcuno ha modificato la lettera e tolto i riferimenti ad Adriano Olivetti, per poter fare proprie quelle parole e poter dire la stessa cosa dell’informatica, mantenendo le considerazioni valide. Si può fare la stessa operazione sostituendo “informatica” con “smartphone”, “Internet” o altre parole della tecnologia dell’Information & Communication Technology. Rimane tutto vero e perfettamente coerente. Inattaccabile. Inoppugnabile.
Non si può dare torto ad Adriano Olivetti così come non si potrebbe dare torto a nessuno, mutatis mutandis, se la società “COSTRINGESSE” un novantenne ad usare uno smartphone. Quelle parole erano vere allora come oggi. Pensate per un anziano dell’epoca come potesse essere solo pensabile di mettersi ad imparare ad utilizzare dei “pulsanti” che in realtà dovevano essere premuti con i piedi. La frizione e il freno perfino con il piede sinistro!!! Ma poi dover imparare tutti quei pulsanti presenti nell’auto, doversi ricordare quale chiave accendeva la macchina e quale apriva le portiere o il portabagagli. Per non parlare di tutte le lungaggini burocratiche per ottenere una patente, doversi ricordare di portare sempre in tasca questo documento (con il rischio di smarrirlo!!!). Una violenza nei confronti di persone che, all’epoca, chiedevano solamente di poter continuare ad utilizzare il caro e vecchio calesse trainato da normalissimi cavalli….
Ok, ora parliamo seriamente:
Per molte persone di una certa età, il problema non è davvero “lo smartphone” in sé. Il punto emotivo è:
IL MONDO NON E’ PIU’ COSTRUITO ANCHE PER ME
Quel testo dà dignità a una frustrazione che molti vivono quotidianamente: sportelli spariti, banche automatiche, casse senza cassieri, SPID, prenotazioni online, medici irraggiungibili telefonicamente, servizi pensati da persone che danno per scontate capacità cognitive, visive o culturali che non tutti hanno.
Quando queste persone leggono: “ha deciso di sbarazzarsi dei propri padri” non lo interpretano letteralmente, ma lo sentono come: “finalmente qualcuno dice che siamo ancora esseri umani e non un fastidio”. C’è poi anche un elemento identitario molto forte: “noi abbiamo costruito questo Paese”, “abbiamo lavorato tutta la vita”, “e adesso veniamo trattati come incapaci”.
Questa narrativa ha un enorme potere emotivo nelle generazioni nate prima o durante il dopoguerra, perché collega il sacrificio passato, la perdita di autonomia nel presente, la mancanza di rispetto percepita. Purtroppo, occorre rassegnarsi al fatto che molte richieste sociali normali sono sempre state escludenti per qualcuno, solo che l’automobile è stata assimilata gradualmente in decenni, mentre la digitalizzazione è arrivata molto più rapidamente e, soprattutto, è stata imposta spesso eliminando le alternative.
È questa accelerazione a produrre il trauma emotivo che il testo intercetta.
Eppure, il rischio di escludere alcune persone — soprattutto anziane — dai servizi essenziali è reale e va preso sul serio. Proprio per questo, però, credo sia utile evitare alcune semplificazioni e guardare il tema con un po’ più di precisione.
Quando le automobili hanno iniziato a diffondersi, una parte della popolazione continuava a usare il cavallo. Non perché fosse “contro il progresso”, ma perché era lo strumento che conosceva. Se all’epoca qualcuno avesse detto: “Una società che richiede l’automobile per spostarsi si sta sbarazzando dei propri padri”, avrebbe fatto un ragionamento molto simile a quello del testo che circola oggi.
Il punto è che quell’argomento contiene diverse fallacie.
Prima di tutto, una falsa dicotomia: o si difendono le persone più fragili o si introduce l’innovazione. La storia dimostra che le due cose possono convivere. Le automobili non hanno eliminato di colpo cavalli e carrozze; per anni sono esistiti entrambi.
Poi c’è una generalizzazione indebita: dal fatto che alcune persone faticano con la tecnologia si conclude che “il sistema è fallito”. Sarebbe come dire che, siccome qualcuno non sapeva guidare, l’intero sistema dei trasporti automobilistici fosse un errore.
C’è anche un forte uso di argomenti emotivi: parlare di “sbarazzarsi dei padri” o di “dignità negata” serve a colpire, ma non dimostra che la digitalizzazione, in sé, sia sbagliata. È un appello alla paura più che un’analisi.
E quando si definiscono “miserabili” quelli che progettano sistemi digitali, si scivola in un attacco ad hominem, che non aiuta a capire se quei sistemi siano fatti bene o male.
Infine, c’è un pendio scivoloso: dall’uso delle app si arriva a dire che si stia togliendo la voce alle persone. Anche qui, il salto logico è notevole.
Questo non significa che il problema non esista. Come allora si è dovuto insegnare a guidare, mantenere alternative e costruire infrastrutture accessibili, oggi bisogna progettare servizi digitali inclusivi e garantire canali alternativi.
Ma dire che l’innovazione è, di per sé, una forma di esclusione equivale a rimpiangere il cavallo non perché fosse migliore, ma perché era più familiare.
La sfida non è fermare il cambiamento, ma accompagnarlo senza lasciare indietro nessuno. E questo richiede soluzioni concrete, non slogan o testi di questo genere…
