La lavastoviglie mi ha tolto Internet, il riscaldamento e la voglia di vivere

Tutto ha avuto inizio il 25 settembre del 2026, giorno in cui mi si è rotta la lavastoviglie.

Niente di particolarmente drammatico, penserete. Un elettrodomestico che smette di funzionare, si chiama l’assistenza, arriva un tecnico, si cambia il pezzo e si torna alla normalità. È quello che pensavo anch’io. Ingenuamente. Chiamo l’assistenza della Ariston per un intervento fuori garanzia. Il primo tecnico si presenta dopo una settimana, guarda la lavastoviglie, individua il componente da sostituire e mi comunica che sarò ricontattato dalla casa madre per programmare un secondo appuntamento. Dovrà arrivare un altro tecnico, con il pezzo di ricambio, per completare la riparazione.

Passa un’altra settimana. Arriva il secondo tecnico.

È il 14 ottobre. Una data che, col senno di poi, meriterebbe di essere ricordata come l’inizio ufficiale della mia personale Apocalisse tecnologica domestica. Il tecnico sostituisce il componente, ma nel posizionarlo commette evidentemente un errore. La sfortuna vuole che, proprio mentre il tecnico sta rimontando tutto, suoni il citofono. È Amazon, naturalmente. Perché evidentemente il destino sembra divertirsi a orchestrare le disgrazie nel modo più improbabile e umiliante possibile. Scendo a ritirare il pacco e resto sotto casa nemmeno cinque minuti. Cinque minuti che si riveleranno decisivi: il tecnico ha tutto il tempo di provare la lavastoviglie, constatare che fa saltare la corrente e, soprattutto, riattaccare l’interruttore generale. Quando risalgo, noto che l’orologio del forno è azzerato. Penso a un’interruzione casuale della corrente. Non mi viene in mente che qualcuno abbia appena trasformato la mia cucina in una piccola centrale di sabotaggio elettrico. Il tecnico se ne va senza segnalarmi nulla. Io, però, ho le telecamere in casa che funzionano a batteria (perché sono dei vecchi smartphone riciclati come webcam attive h24). E nelle registrazioni si vede chiaramente il momento in cui va a riattaccare l’interruttore generale. Un dettaglio che, nella ricostruzione successiva dei fatti, si rivelerà piuttosto interessante. Poco dopo scopro che la lavastoviglie funziona solo per qualche minuto e poi fa saltare il generale. In quel momento ancora non so cosa è realmente accaduto. Penso banalmente ad una errata analisi del problema del primo tecnico. Richiamo Ariston, ma il sistema automatico del call center riconosce il mio numero e la mia utenza e, siccome il ticket precedente risulta ancora aperto, mi impedisce praticamente di parlare con qualcuno. Sono prigioniero del mio stesso intervento di assistenza. Per tutto il giorno non riesco a rintracciare il tecnico che era venuto a fare l’intervento e nemmeno riesco a parlare con la casa madre. Soltanto il giorno dopo, miracolosamente, ottengo finalmente udienza dal servizio clienti tramite un canale WhatsApp che avevo attivato quasi per sbaglio. Concordiamo un nuovo intervento per la settimana successiva.

Ma nel frattempo si apre un secondo fronte. Internet è morto. Dopo la prima volta che il tecnico della lavastoviglie aveva fatto saltare la corrente, non si era mai più ripreso.

Mi accorgo che il router Fastweb non riesce più ad allinearsi. Penso a una coincidenza, aspetto un giorno, poi contatto l’assistenza. Mi viene programmato un intervento per la settimana successiva. Il tecnico non si presenta. Non avverte. Non chiama. Non si scusa. Richiamo, protesto, scopro che i tecnici hanno ancora un mio vecchio numero di telefono (più volte corretto, segnalato e aggiornato in ogni dove) e, dopo una discreta dose di pazienza e di insistenza, riesco a ottenere un nuovo appuntamento. Ancora una settimana di attesa. Indovinate? Anche il secondo tecnico non si presenta. Nessun avviso, nessuna telefonata, nessuna spiegazione. Nel frattempo sono passate due settimane dal 14 ottobre e Fastweb non ha ancora risolto nulla. Anzi, a essere precisi, non si è nemmeno degnata di ricontattarmi.

Intanto arriva il terzo tecnico Ariston. Anche lui non brilla per delicatezza nell’esecuzione del lavoro, tanto che riesce persino a rompere un supporto di plastica dello zoccolino della cucina. Però, alla fine, la lavastoviglie torna a funzionare come doveva.

Una piccola vittoria, in una guerra che non sapevo ancora di aver perso.

Prima di lasciare andare via il tecnico Ariston, chiedo una spiegazione dell’accaduto. Lui ammette candidamente l’errore del collega. Ma non sa cosa – nel frattempo – quell’errore, ha causato. Nessuno ancora è in grado di prevedere l’effetto tsunami che nel giro di qualche giorno si paleserà con tutto il suo devastante carico di sfiga e bestemmie.

C’è un vecchio detto popolare romanesco che recita: “Quando è giorno da piallo ‘n culo, er vento t’arza la camicia“. Tradotto per i non autoctoni: quando la sorte ha deciso di accanirsi contro di te, non si limita a mandarti una disgrazia, ma si diverte ad architettare le più insignificanti circostanze affinché contribuiscano, ciascuna nel proprio piccolo, a renderti la vita un inferno. Ecco, uno dei primi refoli di questo vento beffardo arriva da Fastweb. Premessa: io lavoro da casa e ho una stampante di rete che utilizziamo sia io che mia moglie. Il problema è che la rete domestica era stata configurata sfruttando il dispositivo Fastweb, quello che ormai non riusciva più ad accedere a Internet. Per sopravvivere al disservizio ci eravamo arrangiati utilizzando gli hotspot dei cellulari, ma questo aveva creato una situazione degna di un esperimento di ingegneria delle telecomunicazioni condotto da un sadico. È vero, avrei potuto riconfigurare tutta la rete domestica utilizzando un router alimentato da una SIM con traffico esclusivamente dati (che, peraltro, avevo già a disposizione). Ma avete idea di che rottura di palle e di quale perdita di tempo avrebbe comportato? Avrei dovuto riconfigurare ogni singolo dispositivo, verificare che tutto funzionasse e, soprattutto, rifare l’intera operazione una seconda volta non appena Fastweb avesse finalmente ripristinato il servizio. In pratica, per risolvere un guasto temporaneo avrei dovuto procurarmi volontariamente un altro lavoro, per poi rifarlo da capo qualche giorno dopo. Anche no. Così, ogni volta che avevamo bisogno di stampare qualcosa, dovevamo abbandonare la rete degli hotspot, riconnetterci alla rete Wi-Fi di Fastweb (che, naturalmente, non aveva accesso a Internet), stampare il documento e poi tornare alla rete degli hotspot per riprendere a navigare e lavorare. Una specie di pendolarismo digitale tra due reti, una delle quali serviva a lavorare e l’altra a stampare, ma nessuna delle due era in grado di fare entrambe le cose. Ora, lo so, detta così può sembrare una seccatura tutto sommato trascurabile. Ma avete idea di quante volte si debba passare da una rete all’altra quando si sta chiudendo un lavoro editoriale – quello in cui ero impegnato in quel periodo – che prevede, tra le altre cose, la revisione e la stampa di bozze di un libro destinato alla pubblicazione? Ogni correzione, ogni nuova versione, ogni pagina da controllare diventava una piccola operazione di riconfigurazione delle telecomunicazioni domestiche. Insomma, non era più sufficiente premere “stampa”: bisognava prima decidere a quale dei due mondi connessi appartenere. E da Fastweb, intanto, continuava a non arrivare anima viva. Il vento, evidentemente, aveva cominciato a tirare. Stufo di non avere Internet, mando una PEC a Fastweb, lamentando il disservizio e minacciando di non pagare il canone di quel mese. Non succede nulla. Così decido di chiudere il rapporto e attivare una nuova linea in fibra con TIM Business. Nel frattempo, da ingegnere, decido di non limitarmi a subire gli eventi. Analizzo il problema del modem Fastweb e scopro finalmente la causa del guasto: non era la linea, non era la fibra, non era Fastweb.

Era la lavastoviglie.

Più precisamente, il cortocircuito provocato dal montaggio sbagliato aveva danneggiato il piccolo apparato che converte il segnale della fibra ottica in segnale per ethernet, l‘ONT, cioè la scatoletta che si trova tra il cavo in fibra e il router vero e proprio. Quell’apparato non potevo semplicemente sostituirlo con uno qualsiasi: doveva essere configurato con le credenziali necessarie per accedere alla rete. Fastweb, insomma, non aveva provocato il guasto. Aveva però gestito il disservizio in modo talmente inefficiente da convincermi a cambiare operatore.

A questo punto, penserete, il peggio è passato. La lavastoviglie funziona, la nuova fibra arriva, la connessione torna. E invece no.

Perché nella mia casa intelligente, quando manca Internet, non funziona praticamente più niente (in automatico). Mia moglie – che è ingegnere “più e meglio” di me – mi suggerisce, come prossimo step, di verificare l’efficienza dell’impianto di riscaldamento. Anche perché lei è molto freddolosa e non sia mai che non funzionano i termosifoni. Abbiamo termostati intelligenti e valvole termostatiche connesse sui radiatori. Le valvole erano state lasciate chiuse e, senza la rete Internet, non riuscivamo più a comandarle dall’App. Il termostato principale, peraltro, ha il display rotto: normalmente lo gestisco dal cellulare. Provo comunque ad accendere manualmente il riscaldamento, ma la caldaia parte e i termosifoni rimangono freddi. Non capiamo cosa stia succedendo. Decido quindi di sostituire il sistema di termoregolazione con un kit nuovo, della stessa marca, che avevo già acquistato come ricambio. Ma anche qui c’è un problema: per disassociare i vecchi dispositivi e configurare quelli nuovi ho bisogno di accedere alla vecchia rete. Devo quindi contattare l’assistenza del produttore delle valvole e farmi sbloccare la situazione attraverso la loro procedura specifica.

Nel frattempo arriva TIM per installare la nuova fibra. Avrei voluto mantenere temporaneamente attiva anche la linea Fastweb, per verificare quanto tempo ci avrebbe messo a farsi viva e magari programmare un intervento, ma i tecnici mi spiegano che non ci sono slot disponibili per una seconda linea (me lo spiegano solo DOPO aver predisposto il nuovo collegamento in parallelo, ora inutile). Utilizziamo quindi il cavo già esistente per completare l’attivazione. A quel punto decido di disdire definitivamente Fastweb.

Finalmente Internet torna a funzionare.

Ma la tecnologia, evidentemente, ha deciso di presentarmi il conto. Scopro infatti che le mie due telecamere di videosorveglianza, acquistate più di dieci anni fa, non sono compatibili con il nuovo router TIM. E non si tratta di due semplici telecamere: le avevo già integrate in un sistema di allarme che avevo verificato essere compatibile con quei dispositivi. Risultato: devo rinunciare a entrambe e rivedere anche il progetto di sicurezza domestica. A queste si aggiunge lo spioncino elettronico della porta di casa, anch’esso connesso alla rete e ormai incompatibile con la nuova configurazione.

Ma non è finita.

Una volta ripristinata la connessione e completata la riconfigurazione dei dispositivi, torno a occuparmi del riscaldamento. E scopro che la caldaia va in blocco. Chiamo l’assistenza, visto che è ancora in garanzia. Il tecnico individua il problema: le valvole termostatiche, rimaste senza connessione, erano bloccate in posizione di chiusura. La caldaia continuava a partire e a spingere acqua nell’impianto, ma i termosifoni erano tutti chiusi. Il funzionamento in queste condizioni avrebbe provocato il guasto. Insomma, un altro cazzo per il culo, come dicono ad Oxford.

La lavastoviglie fa saltare la corrente. Il cortocircuito danneggia l’apparato della fibra. Internet smette di funzionare. Le valvole intelligenti rimangono irraggiungibili. Il riscaldamento non funziona. La gestione dell’impianto diventa impossibile. E, alla fine, si rompe anche la caldaia.

E io, nel frattempo, ho dovuto cambiare operatore telefonico, sostituire o riconfigurare dispositivi, rinunciare a due telecamere, cambiare lo spioncino elettronico e perdere una quantità imbarazzante di tempo dietro a call center, tecnici fantasma e assistenze che sembrano progettate per mettere alla prova la resistenza psicologica del cliente. Oggi, 5 novembre, a più di tre settimane da quel fatidico 14 ottobre, mi ritrovo con la caldaia guasta, senza acqua calda e senza riscaldamento. E in casa c’è anche una bambina di un anno e mezzo. La caldaia, ribadisco, è ancora in garanzia. Ma il tecnico sta facendo giustamente storie per riconoscere il problema e intervenire senza costi.

Secondo voi, sono autorizzato, qualora incontrassi il tecnico della Ariston che ha “acceso la miccia”, a dirgli: “La prossima volta faccia più attenzione….”?

(Chi non capisce la battuta è un tecnico della Ariston)

Morale della storia?

Dietro ogni tecnologia, dietro ogni dispositivo, dietro ogni servizio, ci sono sempre delle persone. E sono le persone a fare la differenza. Quelle che progettano, installano, configurano, riparano, assistono e risolvono i problemi. Ma anche quelle che rispondono al telefono, rispettano un appuntamento, si assumono una responsabilità e, soprattutto, hanno la decenza professionale di non lasciare un cliente con un problema che hanno contribuito a creare. Puoi avere la fibra ottica più veloce, la domotica più sofisticata, gli elettrodomestici più intelligenti e una casa che sembra uscita da un film di fantascienza. Ma se dall’altra parte trovi qualcuno che lavora male, non risponde, non si presenta o non si assume la responsabilità delle proprie azioni, tutta quella tecnologia rischia di trasformarsi in un complicatissimo generatore di problemi. Perché la tecnologia, da sola, non basta. E non è nemmeno intelligente quanto vorrebbe farci credere il marketing. Alla fine, dietro le macchine ci sono sempre le persone. E sono le persone, non le macchine, a fare la differenza tra un problema risolto e un disastro. Anche perché, a pensarci bene, la mia lavastoviglie non aveva nessuna intenzione di rovinarmi la vita. Qualcuno, invece, è riuscito a darle una mano…

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