Newsletter e GDPR
Momento surreale oggi con una collega di lavoro.
Si parla di newsletter e GDPR. Spiego una cosa (per la 4a volta) di una semplicità quasi imbarazzante: se inserisci un destinatario in una mailing list per l’invio di una newsletter devi poter dimostrare il consenso. Non basta dire “me l’ha dato a voce”, perché – sorpresa – una cosa che non puoi dimostrare non dimostra niente…
Risposta della collega (insistendo):
“Eh, ma a me hanno chiesto espressamente di ricevere la newsletter”
E lì capisci che il problema non è il GDPR.
Perché non stiamo parlando di cavilli legali o di interpretazioni raffinate. È letteralmente una struttura logica da scuola: se una regola dice che devi dimostrare qualcosa, il “fidati, me l’ha detto” non è una prova. È un racconto.
La parte affascinante è che la mia collega NON è un ingegnere (in quel caso avrei capito la sua difficoltà nella comprensione del linguaggio), ma una che ha studiato – durante il suo lungo (?) percorso di studi – discipline che, almeno in teoria, dovrebbero allenare alla comprensione delle leggi oltre che della lingua italiana. Sicuramente di più di me, che non ho fatto studi umanistici.
Eppure lei è riuscita a farmi assistere a questo piccolo miracolo: la memoria/opinione personale che diventa automaticamente prova.
Mi dite quando è successo che la logica di base è diventata una competenza specialistica?
