Nel mondo del giornalismo accade un fatto che è meno frequente in tutti gli altri ambiti lavorativi. Per descrivere questa assurdità – perché di assurdità si tratta – occorre però partire dalla storia. Un giornalista, da ormai più di un decennio, usa il computer per scrivere. I più svelti e al passo con i tempi hanno abbandonato la macchina da scrivere nei primi anni 90, ma a noi questi soggetti non interessano al fine di analizzare il caso. A noi interessa la massa critica, quella che poi fa tendenza, che fissa lo standard. Insomma quelli che alla fine, volenti o nolenti si sono dovuti adeguare e hanno iniziato ad usare il computer per necessità (non sto parlando di quelli che lo hanno fatto fuori tempo massimo). Dicevamo: il computer è, per un giornalista, il primario strumento di lavoro. Non può prescindere da esso perché non ci sarebbe nessuna redazione disposta a farlo lavorare se si presentasse con carta e penna o con la sua vecchia Olivetti portatile.

Ebbene, in tutti gli altri ambiti lavorativi, i lavoratori conoscono alla perfezione i loro strumenti di lavoro. In una tintoria avrebbe poca fortuna chiunque non sapesse usare il ferro da stiro o la lavatrice a secco. Un bancario che sta allo sportello che non sa come funziona la macchina contasoldi sarebbe sbattuto fuori nel giro di pochi giorni. Ci sono dei casi dove interviene addirittura la legge ad obbligare alla conoscenza dei mezzi di lavoro chi si deve servire di quest’ultimi: pensate ad un tassista senza patente che non sappia guidare la macchina. Semplicemente non può lavorare.

Nel mondo del giornalismo – ecco l’assurdità – i giornalisti non sanno usare il computer. Badate bene: non stiamo parlando di programmazione, di hardware o di algoritmi complessi. Stiamo parlando di utilizzo a livello elettrodomestico. Cioè usi solo i “pulsanti” che ti servono, fai solo le cose strettamente necessarie: accendere il computer, inserire un nome utente e una password, aprire una cartella, chiuderla e fare copia incolla. Al massimo aprire un programma di posta elettronica, un sito o tagliare una foto digitale e caricarla online. Ma queste ultime operazioni proprio per i più evoluti, per quelli che vengono messi a fare i “giornalisti multimediali”.

Ecco, questi semplici passaggi, per la maggior parte dei giornalisti, sono “cose complicate”. Eppure, c’è molto poco di informatico in tutto questo. Si tratta di logica e buonsenso. E’ come se uno giudicasse “complicato tecnicismo” la procedura di pagamento di un bolletino di conto corrente postale. Basta leggere le istruzioni o farsi spiegare da qualcuno come compilarlo (quando non si intuisca da soli). Troppa fatica? Beh, allora non puoi dire che è complicato. Devi dire: “mi pesa il culo e non voglio farlo”.

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